Al contempo però sente l’esigenza di alimentare la sua arte con la conoscenza e col confronto di altre sensibilità e linguaggi. Fernando Botero, con i pochi dollari che ha, decide così, nel 1952, di imbarcarsi per l’Europa: giunge a Barcellona, vive a Madrid per un anno poi visita Parigi, Parma, Firenze, Arezzo. Rimarrà talmente affascinato dall’arte rinascimentale che i grandi maestri italiani diventeranno i suoi riferimenti artistici.
« I miei modelli culturali stanno tutti nel passato remoto, nel Rinascimento italiano, in Piero della Francesca, nel Beato Angelico, nella pittura di Tiziano, Velazquez, pittori che avevo incontrato da bambino nel retro delle copertine dei quaderni di scuola».
Giunto all’accademia di San Marco a Firenze, ha l’occasione di studiare ed eseguire copie dirette di Giotto ed Andrea del Castagno.

Ma è soprattutto Piero della Francesca che lo incuriosisce maggiormente. Le sue figure gli trasmettono un senso di eternità e perfezione, il colore amalgamato alla forma si trasforma in un’”astrazione” totale, «la teoria della sintesi forma-colore significava rendere il volume attraverso la prospettiva senza ricorrere alle ombre». Piero della Francesca riuscì a dare un’idea perfetta di volume, secondo Botero. L’incontro dell’artista con il Rinascimento italiano è stato per questo fondamentale: le figure solide e plastiche di Giotto, il volume di Piero della Francesca, i corpi massicci dei personaggi di Masaccio, radicati al suolo che affermano l’importanza del proprio peso, quasi scultoreo, scaricandolo a terra, sono, in questo, i precursori della deformazione dei personaggi boteriani.

Nonostante tutte queste influenze e conoscenze Botero potrà sempre vantare uno sguardo alla pittura senza pregiudizi perché ha «potuto “inventare” l’arte dal principio». E si è visto costretto a farlo perché non ha mai avuto nessuno che gliene svelasse i segreti. All’inizio si chiedeva che cosa fosse la pittura, rispondendosi che bisognava usare i colori perché la pittura è colore. Ma non bastava solo quello: necessitava anche di forme, di soggetti e di espressione. «Ho "inventato" la pittura per mancanza di una tradizione artistica. In questo senso posso dire di essere un autodidatta»

Giungendo poi davanti alla scultura raffigurante Leda e il cigno non si può non richiamare alla memoria lo stesso tema trattato da Antonio Allegri detto il Correggio, il quale ha lasciato proprio a Parma le sue testimonianze migliori.
La vicenda narra di Leda, moglie di Tindaro, re di Sparta, che sulle rive del fiume Eurota, accoglie in grembo Zeus in forma di cigno.
Di fronte alla potenza espressiva di questa opera plastica si rimane sbalorditi: la composizione risulta stabile, solida, ben salda e non narrativa; le zampe del cigno sono ben fisse al ventre della giovane donna, la quale lo accoglie con fermezza appoggiando le proprie mani sulle sue zampe; la sinuosità del collo del cigno termina nell’incontro tra le due teste, un incontro che risulta essere molto naturale, non forzato e non volgare.

 

Nonostante il tema in comune, però, le due opere sono in completa antitesi tra di loro, soprattutto perché una “non narrazione” viene accostata a una “realtà riversa in pittura”.
Il Correggio, pittore rinascimentale, narra l’episodio accostando varie fasi: il corteggiamento, l’accoppiamento e il commiato. Si tratta di un vero e proprio racconto dipinto, sullo sfondo di una natura prospera, gioiosa della libertà dei nudi, e soprattutto traboccante di felicità. Mai un dipinto era stato più manifesto, e mai così tenero e dolce, saturo di poesia. Nulla di tutto ciò interessa invece a Botero. La sua Leda e il cigno è una composizione non narrativa, in accordo con la sua tradizione, nella quale viene semplicemente rappresentata una donna in atteggiamenti intimi con un cigno. Nulla più traspare dalle sue opere plastiche.
Le sue sculture non trasmettono un messaggio particolare, nè sociale nè di altro genere: non hanno significati simbolici.
Botero sa che il “problema dell’arte è l’intuizione della forma”, come chiarisce Vittorio Sgarbi. «È esaltazione della realtà, del volume: è sensualità» chiarisce il Maestro.

Ecco dunque che la sua filosofia estetica si basa su forme e volumi, alla ricerca di una propria identità stilistica in grado di dare forma alla sua visione. Uno studio così attento su questi termini non potrà che portare l’artista alla deformazione della materia, alla dilatazione delle figure, in grado così di ospitare grandi campi di colore.
Il colore infatti è l’elemento che definisce un quadro, che lo completa. Solamente quando ogni elemento trova la sua giusta sistemazione, si raggiunge una pace in cui ogni cosa non si deve più muovere tanto che il Maestro afferma: «il significato del dipinto sta nel desiderio di trovare un posto ideale per ogni colore».
Gli oggetti e i personaggi si vedono quindi modificare le proprie strutture, ritrovandosi al contempo protagonisti di situazioni ovvie ed inconsuete, dove l’anomalo e l'inaspettato diventano gli elementi caratterizzanti dell’opera del Maestro. Donna in piedi sopra una testa d’uomo e Uomo a cavallo con briglie ne sono due esempi.
Per il maestro non è importante l’impossibile ma l’improbabile, perché «nelle cose improbabili…tutto può cambiare dimensione». Non si tratta quindi di creare “grassi” ma di ottenere nella sproporzione la monumentalità e la forza cercate.
A tal proposito bisogna anche ricordare che nella cultura popolare dell’America latina il grasso è messo in relazione con categorie positive come salute, benessere, gioia di vivere.
I grassi sono sempre di buon umore e amano la vita, i piaceri sensuali e la giovialità. Proprio per questo non sono figure che vivono i tempi moderni perché se le rapportassimo alla nostra cultura certo non le capiremmo.
Ed è appunto vestendole della loro stessa carne che il Maestro è riuscito a farle apparire come sorprendentemente leggere nel loro rapporto con lo spazio fisico e spirituale che le circonda.
Lasciandosi così avvolgere dal meraviglioso mondo di Fernando Botero, siamo immersi nelle incantevoli stanze di Palazzo del Governatore, con le quali le opere plastiche si trovano a dialogare. Un incontro magico di colori, luci e suoni dove le opere stesse possono respirare le atmosfere dell’antico ducato.

     

L’incontro di Fernando Botero con la città di Parma, antica capitale del ducato di Parma e Piacenza nonché culla di capolavori culturali di tutti i tempi, si rivela un evento destinato a lasciare il segno.
La meravigliosa cornice di Palazzo del Governatore ospita i quarantasette gessi dell’artista, sintesi di tutta la produzione artistica che il Maestro ha iniziato nel 1973, anno in cui decise di dedicare più attenzione alla figurazione plastica.
L’atto della creazione segna la nascita di un’opera d’arte come suo processo principe. «Creare è una necessità fondamentale. È quello che mi da più soddisfazione» afferma Botero a proposito di questa esperienza incredibile. Attraverso entusiasmo, avventura, riflessione e rivelazione trova vita ogni sua opera, sovrabbondanti testimonianze di un linguaggio unico e personalissimo. Caratterizzati da rotondità naturali, guance paffute, corpi tondeggianti, i personaggi di Botero vengono ritratti con una certa distanza, utile all’artista per “vedere” veramente qualcuno. Ecco perché ci appaiono sempre con lo sguardo perso nel vuoto, fisso, con gli occhi che non battono, quasi come se vedessero senza guardare. Privi di dimensione morale e psicologica, dimostrano indifferenza per il reale, annoverando in questo modo la possibilità di essere collocati all’interno di un mondo immaginario. I personaggi di Botero non risultano quindi essere altro che prototipi, senza anima, inespressivi, senza tempo, quasi fossero bambole. All’interno di questo mondo, però, Botero cerca di elaborare temi ben riconoscibili, comprensibili ai più, non rinunciando ad un vivo richiamo alla sua origine che il maestro ha sempre voluto portare con sé in una propria visione interiore. I suoi personaggi lasciano trapelare l’influenza della grande arte precolombiana e dell’artigianato popolare, una cultura che è quindi maturata nelle vecchie chiese e negli antichi villaggi. Botero e’ infatti convinto che «bisogna descrivere qualcosa di molto locale, di molto circoscritto, qualcosa che si conosce benissimo, per poter essere capiti da tutti».

   
A SEGUITO DEL GRANDE SUCCESSO LA MOSTRA BOTERO A PARMA VIENE PROROGATA FINO AL 26 GENNAIO 2014
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